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Dove si allena la resilienza? Proprio li dove "non mi piace"

Aggiornamento: 12 feb

La parola resilienza è moderna: la troviamo facilmente nel linguaggio dei protocolli contemporanei (MBSR, MBCT e tutto quel mondo di ricerca e applicazioni cliniche). Eppure, se guardo indietro, mi accorgo di una cosa semplice: il contenuto c’era già. Cambiava l’etichetta, non la sostanza.


Quando apro testi religiosi, mistici, filosofici, tradizionali, ritrovo continuamente gli stessi principi: non chiamati “resilienza”, ma descritti in modo chiarissimo. E io ho un debole per questa caccia alle corrispondenze: mi piace “grattare via” lo strato delle parole per cercare una verità che sia il più possibile condivisa.


Una volta un ex prete della Chiesa ortodossa mi disse una cosa che mi è rimasta addosso:se leggi un’idea in un testo puoi prenderla come atto di fede, ma se vuoi crederci davvero devi trovarla almeno tre volte in tre luoghi diversi. Solo allora diventa solida. Ecco, io applico spesso questo metodo: quando una qualità compare in tradizioni lontane tra loro, quando ricompare con linguaggi diversi, allora non è più un’opinione. È un indizio serio.



Resilienza non è resistenza: è equilibrio in movimento

Per me la resilienza non è “stringere i denti”. Non è forza bruta. È piuttosto la ricerca, ancora e ancora, di un equilibrio dinamico: quello che mi permette di attraversare il cambiamento senza spezzarmi.

Uso spesso immagini molto semplici:

  • La piantina: cresce con i suoi tempi. Non la posso tirare su per farla crescere prima. Se la forzo, la rovino.

  • Il fuoco: posso alimentarlo, ma non posso girare una manopola e decidere “quanto” deve ardere. Segue una sua progressione naturale.

  • L’albero nel vento: non combatte contro la raffica. Piega le fronde, mantiene il centro, e quando il vento cala torna su. Se si rompe un ramo, ne crescerà un altro.

Questa è resilienza: non opporre rigidità a ciò che è più grande di me, ma adattarmi quanto basta per continuare.

Ed è lo stesso gesto che facciamo quando alleniamo l’attenzione: mi distraggo, me ne accorgo, e riaccompagno. Mi distraggo di nuovo, e riaccompagno ancora. Senza rabbia (o provandoci). Resilienza è anche questo: tornare.


La tradizione yogica: disciplina e continuità (ma gentili)

Se passo dal prisma dello yoga — e per me è inevitabile — ritrovo nei Sutra di Patanjali un’idea chiave: disciplina e continuità portano chiarezza. Chiarezza su ciò che sono, ma soprattutto su ciò che sto attraversando.

Perché spesso noi diciamo:“Sto male, dormo male, digerisco male… è colpa del capo, del lavoro, dell’alimentazione.”E può anche essere. Ma il passaggio che cambia tutto è: che cosa sta succedendo dentro di me?

Magari sto mangiando con voracità perché sto anestetizzando qualcosa. Magari mi porto dietro una tensione “sotto il livello conscio”, e devo imparare a vederla.

Qui faccio una distinzione importante: la parola disciplina a volte dà fastidio. Capisco perché. Ma io la tengo, a una condizione: disciplina + gentilezza. Non la disciplina “da film di arti marziali” (dura, punitiva). Una disciplina che è come il calore del fuoco: scalda, non brucia. Perché la verità è questa: se aspetto “la voglia”, spesso non mi siederò mai.


Mistica cristiana: il coraggio della strada che non conosci

Nella mistica cristiana trovo una frase di Giovanni della Croce che è un colpo secco:per arrivare a ciò che non conosci, devi passare per una strada che non conosci.


Tradotto in linguaggio moderno: arriverà per tutti il momento in cui devo uscire dalla comfort zone. E questo fa paura. È normale.

E qui entra la resilienza: riconoscere che quel “buio”, quel non sapere, fa parte del percorso. Che l’insicurezza non è un errore da eliminare: è un tratto del cammino. E che posso attraversarla con gentilezza, invece che giudicarmi perché la provo.


Sufismo: quando qualcosa si rompe, forse sta nascendo un tesoro

Nel sufismo incontro Rumi, e con lui un’immagine meravigliosa:“Dove c’è rovina, c’è speranza di un tesoro.”

Io la leggo così: se qualcosa si rompe, non è necessariamente una tragedia sterile. Può essere un passaggio. Come la storia dell'aragosta: cresce, il carapace diventa stretto, si dimena, sembra impazzire… ma quel malessere serve a rompere la vecchia corazza e aprire spazio a quella nuova.

Problemi, fallimenti, rotture, fatiche: possono diventare un modo per “smussare” qualcosa. I buddisti direbbero smussare l’ego. Un sufi direbbe levigare gli angoli appuntiti del cuore. È poetico, ma è anche chirurgico: il cuore come sede dell’anima va attraversato dalle vicissitudini, senza farsi frantumare.


Buddhismo e mindfulness: pace in ogni passo, surfare le onde

Nel buddhismo, l’eco è chiarissima. Thich Nhat Hanh dice: la pace è in ogni passo. E qui compare un concetto che viene spesso frainteso: equanimità. Non è “essere freddi”. Non è “non sentire”.È restare presenti senza inseguire il piacevole e senza fuggire lo spiacevole. Dentro quell’equanimità c’è una forma di resilienza profondissima: restare con ciò che c’è.


Nei protocolli contemporanei (MBSR/MBCT), Jon Kabat-Zinn usa una metafora che adoro: surfare sulle onde. Se non puoi controllare l’onda, impari a conoscerla. E se la conosci, invece di reagire, inizi ad agire: fai scelte consapevoli, usando le tue caratteristiche a tuo vantaggio (non contro di te).



Il filo comune: non forzare la fioritura

A questo punto, dopo aver visto “tre luoghi diversi” (e anche di più), per me diventa evidente il filo comune: La resilienza è una forza innata, che però non si può forzare.Se la forzo, diventa resistenza.Se la coltivo, diventa trasformazione.

Non è eroismo, non è sacrificio estremo: è un lavoro quotidiano di:


  • accettazione intelligente,

  • comprensione di ciò che accade,

  • riorganizzazione di me stesso,

  • uso delle mie risorse per vivere meglio (io e chi mi sta accanto).




Dove si allena davvero la resilienza: nel punto che non mi piace

C’è un posto in cui la resilienza diventa concreta: il contatto con ciò che non mi piace.

È facile stare con ciò che è piacevole. È quasi banale.Il lavoro pratico, quello vero, inizia quando c’è:


  • un fastidio nel corpo,

  • una tensione,

  • un dolore,

  • un’emozione scomoda,

  • una situazione che vorrei scacciare.


La mente ha un riflesso condizionato: non mi piace → lo allontano. E quel riflesso, se non lo vedo, governa la mia vita. Allenare la resilienza significa fare una cosa controintuitiva: avvicinarmi con dolcezza. Con la delicatezza di una piuma. Con gentilezza, ma anche con fermezza. Perché è lì che “spacco” l’abitudine della mente:“Questa cosa mi ha sempre creato disagio. Eppure eccomi: ci sto insieme.”


Quando succede, succede qualcosa di enorme: la mente smette di costruire castelli, smette di rimuginare “perché proprio a me?”, e torna alla realtà semplice:“È successo. Ci sto. Quali risorse ho? Come posso usarle adesso?”

E questo vale per un dolore alla spalla, ma anche per un collega difficile, una sfiga sul lavoro, un problema familiare, o persino per la difficoltà di restare aperti davanti alla sofferenza di una persona cara (che è una delle prove più dure).



Info Bonus: Se durante la pratica arriva torpore o avversione, sei nel punto giusto

Una cosa che considero importantissima da sapere: quando tocchiamo abitudini profonde, la mente si difende. E spesso lo fa in due modi classici:

  • avversione (“che ci faccio qui?”),

  • torpore (sonno, spegnimento, annebbiamento).

Non è un fallimento: spesso è un segnale che stai entrando in un territorio reale. Il punto non è “vincere” quel momento, ma imparare a lavorarci con intelligenza: se è troppo, torno al respiro, mi regolo, e poi eventualmente riprovo.

Anche qui: disciplina gentile.


La domanda che mi porto via

Alla fine, per me, il lavoro sulla resilienza si riassume in una domanda molto concreta, da portare nella vita quotidiana:

Quando qualcosa non mi fa stare bene (a me o a chi amo), mi irrigidisco o creo apertura?

Se inizio a vedere questo, giorno dopo giorno, sto già allenando resilienza.


 
 
 

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