Piegarsi senza spezzarsi: una riflessione sulla resilienza
- Giorgio Scalzotto
- 4 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Nell’incontro ho parlato di resilienza, una parola che non usiamo spesso ma che, nella vita quotidiana, è difficile “sentire” davvero. Anche perché viene continuamente confusa con resistenza: come se resilienza volesse dire stringere i denti e opporsi. Infatti la resilienza è un’altra cosa. Non è forza impositiva, non è “forza bruta”. È una forza che cresce, si muove e si adatta. Se devo darle un’immagine, la descrivo come una flessibilità con direzione: non la flessibilità passiva di una bandierina che cambia direzione a seconda del vento, ma la flessibilità di una catena. La catena può piegarsi, curvarsi, allungarsi, stropicciarsi… ma resta integra, anello per anello.

Ecco il punto: la resilienza è la capacità di continuare nella propria direzione, anche quando il vento tira contro, senza sprecare energia nel contrastare ciò che è più forte di noi. Mi piego quanto basta, mi adatto quanto serve, ma non mi spezzo e non mi irrigidisco.
Le “componenti” della resilienza
Se devo sintetizzarla, io vedo la resilienza come una somma di qualità che si coltivano:

Attenzione sostenuta: la capacità di portare l’attenzione su qualcosa e mantenerla nel tempo, senza saltare via ogni due secondi.
Equilibrio emotivo: riconoscere ciò che provo senza farmi travolgere e senza iperstimolarmi.
Discernimento: un sano distanziamento; non sentirmi completamente “incollato” a ciò che accade, così posso scegliere come rispondere.
Gentilezza: perché mi permette di avvicinarmi a ciò che vivo nel modo più utile e sano, senza violenza interiore.
In molte tradizioni questa combinazione di qualità viene chiamata anche radicamento: pianto questi “semi”, li alleno, e a un certo punto nasce quella stabilità flessibile che riconosciamo come resilienza.
Due strumenti pratici (con un senso molto diverso)
Durante l’incontro ho proposto anche due strumenti, spiegandone bene a cosa servono e che tipo di resilienza allenano.
1) Box Breathing: regolazione rapida
La Box Breathing è una tecnica di respirazione “quadrata”: respiro scandito in quattro fasi (inspiro – trattengo – espiro – trattengo), con tempi regolari.
Il motivo per cui è così usata è semplice: dà al sistema nervoso un ritmo costante, molto scandito, che viene interpretato come regolante e rassicurante. In pratica, è un modo efficace per ridurre stress e ansia e recuperare lucidità.
Non a caso è stata adottata in contesti ad alta pressione (militari, soccorsi, sport), cioè in situazioni in cui serve rimanere centrati mentre l’ambiente è stressante.
E qui tengo a essere chiaro: questa tecnica è potente nel breve termine. Funziona “mentre la fai” e per un po’ dopo. Però non è pensata, da sola, per trasformare la persona nel lungo periodo: è soprattutto una leva di regolazione immediata.
2) Procatalepsis (Stoicismo): prepararsi all’imprevisto
Poi ho introdotto un’altra idea, molto più “di lungo respiro”, legata alla tradizione stoica: la Procatalepsis, associata a Epitteto e poi ripresa anche da figure come Marco Aurelio e Seneca.
Il cuore di questa pratica è allenare la mente a immaginare difficoltà e imprevisti e a preparare in anticipo possibili risposte. Perché?

Perché quando l’imprevisto arriva davvero, se io non ci ho mai pensato:
mi irrigidisco,
entro in modalità lotta o fuga,
consumo una quantità enorme di energia solo per decidere cosa fare.
Se invece l’ho già “attraversato” mentalmente in modo guidato e strutturato, quando succede:
mi destabilizza meno,
scelgo più velocemente,
e soprattutto spreco molta meno energia.
È un principio usato ancora oggi in tantissimi ambiti (sport, coaching, psicoterapia: spesso con nomi diversi), proprio perché aumenta la capacità di restare lucidi e direzionati sotto pressione. E storicamente, si racconta che nel contesto agonistico dell’antichità fosse così efficace da essere stata persino osteggiata.
Perché tutto questo è resilienza
Alla fine torno sempre lì: per me resilienza non è la “tenacia” con cui spingo contro gli ostacoli. È la capacità di restare in rotta, continuare a procedere, anche quando le condizioni cambiano.
È una qualità che in alcuni contesti è stata studiata in modo molto serio: un esempio classico sono gli astronauti, perché vivere per mesi in uno spazio ristretto, isolati, sotto stress, mette alla prova la psiche in modo estremo. Da queste osservazioni è emerso chiaramente che la resilienza ha una componente innata… ma soprattutto che può essere allenata, rinforzata e consolidata con micro-interventi quotidiani mirati.

Ed è anche questo il senso del lavoro che propongo: usare strumenti diversi per obiettivi diversi — regolare quando serve subito, prepararsi quando serve profondità, e coltivare quelle qualità (attenzione, equilibrio, discernimento, gentilezza) che, intrecciandosi, fanno nascere una resilienza e un benessere profondo e reale.



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